La Nazione - 08/02/10 - pag. 6
... esce dalla leggenda e diventa realtà
LA STORIA RITROVATO GRAZIE AL CAI E AGLI ARCHEOLOGI
AVVENTURA
Da pochi indizi ai molti ritrovamenti E ora forse finirà nel museo «virtuale»
SI APRE una nuova “stagione” per il castello della Brina. Dieci anni di studi e scavi archeologici non sono bastati a svelare tutti i suoi misteri, abbandonato per secoli e riscoperto grazie alla passione dei camminatori del Cai e a un’équipe di archeologi. Resta da indagare il territorio intorno, da approfondire l’intreccio dei poteri che se lo contesero. Ma è anche il momento di affrontare una nuova sfida: passare dalla ricerca alla valorizzazione, perché il sito sia finalmente restituito al territorio come memoria “viva”. E il convegno sulla Brina, una settimana fa a Sarzana, ha lanciato l’idea che il castello «scomparso», rimasto solo nella memoria di qualche abitante di Ponzano e Santo Stefano, potrebbe rivivere presto nella realtà «virtuale» del futuro Museo delle Fortificazioni nella Fortezza Firmafede. Il piano esecutivo dovrebbe essere pronto entro due mesi ha annunciato l’assessore alla cultura Stefano Milano. In attesa del virtuale, però, a riportare in vita la Brina ci hanno pensato i camminatori del Cai, fra i primi a guardare con attenzione i resti della torre rovesciata sull’antico tracciato della Francigena. Poi, gli archeologi dell’università di Pisa e di Sassari: decine di studenti, laureandi e specializzandi che in questi anni si sono formati alla Brina, sotto la guida dei loro professori e la supervisione della Soprintendenza ligure ai beni archeologici. «In tanti vogliamo bene a questo sito», ha detto al convegno Corrado Bernardini del Cai e il vicesindaco di Santo Stefano Alessandro Capetta ha ricordato come gli abitanti abbiano sempre conservato la memoria del castello. Dalla Soprintendenza, attraverso la dottoressa Lucia Gervasini, l’auspicio di poter allargare le ricerche, indagando le tracce romane del territorio in una «terza stagione della Brina». Per il numeroso pubblico che ha partecipato al convegno, Monica Baldassarri dell’Università di Pisa ha ripercorso la lunga avventura della Brina, iniziata con pochi indizi: il Torraccio, il toponimo, le fonti scritte che recavano i nomi della famiglia Da Burcione, del vescovo di Luni, poi dei Malaspina. «Non sappiamo ancora con certezza da chi il castello fosse detenuto, e per quante parti — ha spiegato — Abbiamo capito che a cavallo del 1000, ebbe un salto di qualità: dalle capanne all’edilizia in muratura. A chi si debba questa trasformazione non è ancora del tutto chiaro. C’era qualcuno di più potente dietro i Da Burcione?». Si sa per certo solo che ad un certo punto la Brina divenne terreno di scontro fra il vescovo di Luni e i Malaspina, finì nella famosa Pace di Castelnuovo, e poco dopo si pose fine alle contese con la soluzione più drastica: la demolizione che avrebbe dovuto cancellarlo per sempre. Così non è stato, e quello che gli archeologi hanno ribattezzato il «castello inaspettato» si prepara ora a nuove sfide e scoperte.
Anna Chella